[
LA FINE DEL MODELLO ARGENTINO ]
BREVE CRONISTORIA DI UNA DISFATTA ECONOMICA
La storia iniziò così. Dopo svariati tentativi di
tener sotto controllo un inflazione endemica che oscillava fra le
tre e quattro cifre, un ministro tanto brillante quanto spregiudicato,
Domingo Cavallo, decise di rinunciare alla sovranità monetaria
del proprio paese ricorrendo al modello dei currency board, stabilendo
cioè per legge una parità nominale di cambio fissa
tra la moneta nazionale (il peso) ed un’altra moneta maggiormente
stabile (il dollaro). L’avventatezza di questo spavaldo ministro
dell’economia non tenne però in considerazione un duplice
aspetto; da un lato dimenticò che per permettersi un currency
board sarebbe stato necessario per l’Argentina avere uno stabile
ed importante flusso di esportazioni verso i paesi nordamericani
e pagabili in valuta verso l’area del dollaro. Dall’altro
lato la sua decisione implicò la conseguente dipendenza dell’intera
economia interna del suo paese alle decisioni della Federal Riserve,
la banca centrale degli Stati Uniti. Ma, come spesso accade, l’antidoto
si rivelò perfino peggiore del malessere economico argentino
già pluridecennale: proprio l'adozione del dollaro rese impossibile
l'export dei prodotti argentini. Infatti mentre Brasile, Cile ed
Uruguay potevano svalutare le loro monete e conseguentemente diminuire
quindi i prezzi relativi delle merci rendendosi maggiormente competitivi
sui mercati, l'Argentina era ancorata al dollaro. La cura ovviamente
funzionò per l'inflazione, ma cominciò a provocare
un crescente squilibro della bilancia commerciale data l’impossibilità
di esportazioni. Per pareggiare la bilancia dei pagamenti, ed è
questo il nodo cruciale della questione, venne incrementata quell’ingente
politica di privatizzazioni indiscriminate già avviata negli
anni novanta sotto il governo Menem. In pochi anni, infatti, i governi
argentini si vendettero tutto: aerei, aeroporti, centri commerciali,
impianti di estrazione del petrolio, telefoni, reti distributive
di servizi, elettricità. L'Argentina, fino a qualche anno
orsono, era semplicemente guardata dal mondo occidentale come il
paese dove le ricette del Fondo Monetario Internazionale e della
Banca Mondiale avevano vinto indiscutibilmente, e dove il miracolo
economico liberista sembrava incarnarsi nella sensazionale ma illusoria
enfasi dell’arricchimento perpetuo. Ma le privatizzazioni
che servirono unicamente a fare cassa fomentando la spirale dell’indebitamento,
ahimè, finirono, mentre lo squilibrio commerciale resta e
lo Stato dovettero drenare denaro sui mercati internazionali attraverso
prestiti internazionali in valuta. Ma ad ogni nuovo prestito, così
come ad ogni nuova svendita dei patrimoni pubblici, i tassi salirono
e il rating, ovvero l’afflusso di nova valuta, diminuì.
I tassi alti scoraggiarono inoltre ogni tipo di investimento, fino
ad arrivare al famigerato collasso finanziario e sociale della recessione.
Resesi impossibili le transazioni commerciali e finanziarie, di
fronte allo spettro di una divergenza tra il valore nominale e quello
sostanziale del peso (formalmente ancora legato al dollaro), le
grandi famiglie del capitalismo argentino (3% della popolazione)
incominciano a cambiare i pesos in dollari. Servirono, per fare
fronte a questa nuova domanda di liquidità, altri prestiti,
sempre più cari e sempre più dilazionati nel tempo.
(Anche e soprattutto per questo i famosi bond argentini, a cui anche
molti italiani sono ricorsi come forma privilegiata di investimento,
erano in collocamenti impropri di risparmi; pensare di avere percentuali
di guadagno costantemente in doppia cifra lasciava ampiamente presagire
l’inaffidabilità dell’investimento stesso….)
A questo la crisi finanziaria emersa nel biennio 2001/2002 è
l’approdo finale delle ripercussioni dirette ed indirette
delle precedenti politiche di privatizzazioni. Nessuno, venduto
tutto il vendibile, prestò più soldi all'Argentina
che si vide costretta a tagliare del 13% i salari pubblici e a bloccare
totalmente la spesa pubblica. Ma, a questo punto, neanche tali provvedimenti
palliativi furono sufficienti ad arginare il tracollo.
A questo punto entrò in scena un nuovo attore: il Fondo Monetario
Internazionale. Esso, dall’alto della sua benevolenza, giunse
in soccorso del disperato paese latinoamericano, prestando l’ingente
cifra di 8 miliardi di dollari. Con una clausola, però: si
ebbe la pretesa che l'Argentina aderisse al FTAA, cioè che
si aprisse al libero scambio commerciale e finanziario con gli USA.
Ma, come avviene in epoca di globalizzazione, l’apertura dei
mercati (che a nostro avviso nella condizione in cui tutti gli attori
finanziari fossero in uguali requisiti di competizione sarebbe un
precetto economico sacrosanto) occultò una trappola: la bilancia
commerciale (ovvero il rapporto tra entrate e uscite di prodotti)
favorì solamente lo scambio unidirezionale, secondo cui ad
uno Stato toccò unicamente il ruolo di importatore (con merci
deprezzate facendo valere il ricatto del debito) e al suo partner
unicamente quello di esportatore (in realtà impoverendosi
ulteriormente). Il deflusso di dollari, a queste condizioni, non
poté che aumentare, mettendo inoltre in ginocchio le economie
del Brasile e degli altri paesi aderenti al Mercosur.
Gli argentini, a questo punto, incominciarono a dubitare in massa
circa la veridicità dell’equivalenza dollaro-peso.
Le banche vennero prese d'assalto per cambiare pesos in dollari;
i capitali defluirono vorticosamente e con essi la possibilità
di far fede agli impegni assunti con il F.M.I.; la crisi implicò
nefaste ripercussioni sia sui profitti che sui consumi, facendo
velocemente precipitare quell’ampia fascia di persone appartenenti
alle classi medie verso l’indigenza. Crollarono tutte le entrate
fiscali e l'obiettivo del deficit di bilancio zero tornò
ad essere quello che era sempre stato; la panacea delle privatizzazioni
selvagge si svelò in tutta la sua illusorietà, ma
provocando dei costi sociali quantitativamente inimmaginabili anche
agli occhi dei più critici oppositori delle misure adottate
dal governo De La Rùa. Si arrivò a limitare la possibilità
di ritirare denaro dai propri risparmi a 1. 000 dollari mese. I
bancomat, ovviamente, vennero presi d'assalto inducendo ad una vera
e propria crisi di liquidità. Il F.M.I., in questa situazione
di assoluta instabilità, negò anche la "tranche"
di oltre 1 miliardo di dollari dell'ultimo accordo di sostegno.
Nessun neologismo economico da noi conosciuto riuscirebbe compiutamente,
in definitiva, a descrivere la catastrofe economica argentina nei
suoi risvolti umani: dilapidazione di una vita di risparmi per le
classi medie; fame, miseria e disperazione per le classi lavoratrici
ora disoccupate e abbandonate da quello stato sociale tagliato solo
pochi mesi prima nella speranza, folle e bramosa, di dare vita ad
un nuovo miracolo economico solo a colpi di svendite, speculazioni
e tagli alla spesa sociale.
QUALCHE
RIFLESSIONE RESISTENTE
Dopo la catastrofe dell’Argentina, il paese che recentemente
ha applicato più ossequiosamente i dettami imposti dal liberismo
internazionale attraverso i ricatti di organismi quali F.M.I. e
B.M., ad ogni individuo ragionevole dovrebbe sorgere quantomeno
la domanda circa l’opportunità di creare economie fiorenti
solamente attraverso svendite ed alleggerimenti di ogni patrimonio
controllato direttamente o indirettamente dallo Stato. Ma il progetto
LIBERESISTENZE, in questo senso, vuole spingersi oltre. La crisi
Argentina deve considerarsi anzitutto come monito per le migliaia
di lavoratori e di risparmiatori che di fronte all’insicurezza
esistenziale non meno che economica del nostro modello di sviluppo
si trovano assolutamente esautorati dei loro diritti democratici
di fronte ai provvedimenti prescritti da organismi economici transnazionali
tanto determinanti quanto estranei ad ogni consultazione democratica.
Avviene così che il nuovo paradigma mondiale della competitività
sia ottenuto sul piano dell’organizzazione del lavoro attraverso
l’abbassamento del costo del lavoro per unità di prodotto
e attraverso l’innalzamento dell’età lavorativa;
ed avviene che tale condizione, in barba ad ogni discorso sull’aumento
della qualità della vita, sia necessaria pena la fuga dei
produttori multinazionali verso quei “paradisi-infernali”
dove il lavoro salariato corrisponde ad una tacita schiavitù
e non sussistono quei lacci e lacciuoli ambientali rei di pensare
alla sostenibilità dei processi produttivi.
LIBERESISTENZE vuole in definitiva partire dalla testimonianza argentina
riflettendo su alcune significative analogie tra quel preciso piano
economico e la tendenza che il modello economico occidentale promuove,
pur con sfumature quantitative e qualitative diverse, in ogni sua
provincia. Noi non crediamo che le qualità delle nostre vite
e l’incremento delle nostre ricchezze debbano essere ottenute
attraverso lo sfruttamento di altri continenti; noi non crediamo
che l’ossessiva ricerca del benessere debba passare necessariamente
attraverso lo sfruttamento e la negazione dei diritti altrui. Crediamo
e confidiamo, all’opposto, che la vera progressiva tendenza
di uno sviluppo economico sia tale solamente qualora ci si faccia
carico, sia per motivazioni etiche che per motivazioni grettamente
utilitaristiche, delle ripercussioni collettive di ogni scelta individuale.
L’Argentina di ieri, con il suo bagaglio di speculazioni sul
breve termine e con il saccheggio del patrimonio nazionale denominato
privatizzazione, speriamo valga da esortazione ad un’inversione
di tendenza per l’Italia e per l’Europa di oggi. La
rinegoziazione dei debiti internazionali, l’introduzione di
misure di regolamentazione dei processi di produzione (sia negli
aspetti salariali che in quelli ambientali) e soprattutto la moralizzazione
dei mercati attraverso la trasparenza dei meccanismi di finanziamento
e le garanzie degli investimenti sono per LIBERESISTENZE un primo
doveroso passo nella lunga marcia del progresso umano.
Spettacolo
Teatrale MANUEL FERREIRA in "GENTE
COME UNO"
vai al sito
<
ritorna al programma
|