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25 Aprile 2004 programma
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[ LA FINE DEL MODELLO ARGENTINO ]

BREVE CRONISTORIA DI UNA DISFATTA ECONOMICA
La storia iniziò così. Dopo svariati tentativi di tener sotto controllo un inflazione endemica che oscillava fra le tre e quattro cifre, un ministro tanto brillante quanto spregiudicato, Domingo Cavallo, decise di rinunciare alla sovranità monetaria del proprio paese ricorrendo al modello dei currency board, stabilendo cioè per legge una parità nominale di cambio fissa tra la moneta nazionale (il peso) ed un’altra moneta maggiormente stabile (il dollaro). L’avventatezza di questo spavaldo ministro dell’economia non tenne però in considerazione un duplice aspetto; da un lato dimenticò che per permettersi un currency board sarebbe stato necessario per l’Argentina avere uno stabile ed importante flusso di esportazioni verso i paesi nordamericani e pagabili in valuta verso l’area del dollaro. Dall’altro lato la sua decisione implicò la conseguente dipendenza dell’intera economia interna del suo paese alle decisioni della Federal Riserve, la banca centrale degli Stati Uniti. Ma, come spesso accade, l’antidoto si rivelò perfino peggiore del malessere economico argentino già pluridecennale: proprio l'adozione del dollaro rese impossibile l'export dei prodotti argentini. Infatti mentre Brasile, Cile ed Uruguay potevano svalutare le loro monete e conseguentemente diminuire quindi i prezzi relativi delle merci rendendosi maggiormente competitivi sui mercati, l'Argentina era ancorata al dollaro. La cura ovviamente funzionò per l'inflazione, ma cominciò a provocare un crescente squilibro della bilancia commerciale data l’impossibilità di esportazioni. Per pareggiare la bilancia dei pagamenti, ed è questo il nodo cruciale della questione, venne incrementata quell’ingente politica di privatizzazioni indiscriminate già avviata negli anni novanta sotto il governo Menem. In pochi anni, infatti, i governi argentini si vendettero tutto: aerei, aeroporti, centri commerciali, impianti di estrazione del petrolio, telefoni, reti distributive di servizi, elettricità. L'Argentina, fino a qualche anno orsono, era semplicemente guardata dal mondo occidentale come il paese dove le ricette del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale avevano vinto indiscutibilmente, e dove il miracolo economico liberista sembrava incarnarsi nella sensazionale ma illusoria enfasi dell’arricchimento perpetuo. Ma le privatizzazioni che servirono unicamente a fare cassa fomentando la spirale dell’indebitamento, ahimè, finirono, mentre lo squilibrio commerciale resta e lo Stato dovettero drenare denaro sui mercati internazionali attraverso prestiti internazionali in valuta. Ma ad ogni nuovo prestito, così come ad ogni nuova svendita dei patrimoni pubblici, i tassi salirono e il rating, ovvero l’afflusso di nova valuta, diminuì. I tassi alti scoraggiarono inoltre ogni tipo di investimento, fino ad arrivare al famigerato collasso finanziario e sociale della recessione. Resesi impossibili le transazioni commerciali e finanziarie, di fronte allo spettro di una divergenza tra il valore nominale e quello sostanziale del peso (formalmente ancora legato al dollaro), le grandi famiglie del capitalismo argentino (3% della popolazione) incominciano a cambiare i pesos in dollari. Servirono, per fare fronte a questa nuova domanda di liquidità, altri prestiti, sempre più cari e sempre più dilazionati nel tempo. (Anche e soprattutto per questo i famosi bond argentini, a cui anche molti italiani sono ricorsi come forma privilegiata di investimento, erano in collocamenti impropri di risparmi; pensare di avere percentuali di guadagno costantemente in doppia cifra lasciava ampiamente presagire l’inaffidabilità dell’investimento stesso….) A questo la crisi finanziaria emersa nel biennio 2001/2002 è l’approdo finale delle ripercussioni dirette ed indirette delle precedenti politiche di privatizzazioni. Nessuno, venduto tutto il vendibile, prestò più soldi all'Argentina che si vide costretta a tagliare del 13% i salari pubblici e a bloccare totalmente la spesa pubblica. Ma, a questo punto, neanche tali provvedimenti palliativi furono sufficienti ad arginare il tracollo.
A questo punto entrò in scena un nuovo attore: il Fondo Monetario Internazionale. Esso, dall’alto della sua benevolenza, giunse in soccorso del disperato paese latinoamericano, prestando l’ingente cifra di 8 miliardi di dollari. Con una clausola, però: si ebbe la pretesa che l'Argentina aderisse al FTAA, cioè che si aprisse al libero scambio commerciale e finanziario con gli USA. Ma, come avviene in epoca di globalizzazione, l’apertura dei mercati (che a nostro avviso nella condizione in cui tutti gli attori finanziari fossero in uguali requisiti di competizione sarebbe un precetto economico sacrosanto) occultò una trappola: la bilancia commerciale (ovvero il rapporto tra entrate e uscite di prodotti) favorì solamente lo scambio unidirezionale, secondo cui ad uno Stato toccò unicamente il ruolo di importatore (con merci deprezzate facendo valere il ricatto del debito) e al suo partner unicamente quello di esportatore (in realtà impoverendosi ulteriormente). Il deflusso di dollari, a queste condizioni, non poté che aumentare, mettendo inoltre in ginocchio le economie del Brasile e degli altri paesi aderenti al Mercosur.
Gli argentini, a questo punto, incominciarono a dubitare in massa circa la veridicità dell’equivalenza dollaro-peso. Le banche vennero prese d'assalto per cambiare pesos in dollari; i capitali defluirono vorticosamente e con essi la possibilità di far fede agli impegni assunti con il F.M.I.; la crisi implicò nefaste ripercussioni sia sui profitti che sui consumi, facendo velocemente precipitare quell’ampia fascia di persone appartenenti alle classi medie verso l’indigenza. Crollarono tutte le entrate fiscali e l'obiettivo del deficit di bilancio zero tornò ad essere quello che era sempre stato; la panacea delle privatizzazioni selvagge si svelò in tutta la sua illusorietà, ma provocando dei costi sociali quantitativamente inimmaginabili anche agli occhi dei più critici oppositori delle misure adottate dal governo De La Rùa. Si arrivò a limitare la possibilità di ritirare denaro dai propri risparmi a 1. 000 dollari mese. I bancomat, ovviamente, vennero presi d'assalto inducendo ad una vera e propria crisi di liquidità. Il F.M.I., in questa situazione di assoluta instabilità, negò anche la "tranche" di oltre 1 miliardo di dollari dell'ultimo accordo di sostegno. Nessun neologismo economico da noi conosciuto riuscirebbe compiutamente, in definitiva, a descrivere la catastrofe economica argentina nei suoi risvolti umani: dilapidazione di una vita di risparmi per le classi medie; fame, miseria e disperazione per le classi lavoratrici ora disoccupate e abbandonate da quello stato sociale tagliato solo pochi mesi prima nella speranza, folle e bramosa, di dare vita ad un nuovo miracolo economico solo a colpi di svendite, speculazioni e tagli alla spesa sociale.

QUALCHE RIFLESSIONE RESISTENTE
Dopo la catastrofe dell’Argentina, il paese che recentemente ha applicato più ossequiosamente i dettami imposti dal liberismo internazionale attraverso i ricatti di organismi quali F.M.I. e B.M., ad ogni individuo ragionevole dovrebbe sorgere quantomeno la domanda circa l’opportunità di creare economie fiorenti solamente attraverso svendite ed alleggerimenti di ogni patrimonio controllato direttamente o indirettamente dallo Stato. Ma il progetto LIBERESISTENZE, in questo senso, vuole spingersi oltre. La crisi Argentina deve considerarsi anzitutto come monito per le migliaia di lavoratori e di risparmiatori che di fronte all’insicurezza esistenziale non meno che economica del nostro modello di sviluppo si trovano assolutamente esautorati dei loro diritti democratici di fronte ai provvedimenti prescritti da organismi economici transnazionali tanto determinanti quanto estranei ad ogni consultazione democratica. Avviene così che il nuovo paradigma mondiale della competitività sia ottenuto sul piano dell’organizzazione del lavoro attraverso l’abbassamento del costo del lavoro per unità di prodotto e attraverso l’innalzamento dell’età lavorativa; ed avviene che tale condizione, in barba ad ogni discorso sull’aumento della qualità della vita, sia necessaria pena la fuga dei produttori multinazionali verso quei “paradisi-infernali” dove il lavoro salariato corrisponde ad una tacita schiavitù e non sussistono quei lacci e lacciuoli ambientali rei di pensare alla sostenibilità dei processi produttivi.
LIBERESISTENZE vuole in definitiva partire dalla testimonianza argentina riflettendo su alcune significative analogie tra quel preciso piano economico e la tendenza che il modello economico occidentale promuove, pur con sfumature quantitative e qualitative diverse, in ogni sua provincia. Noi non crediamo che le qualità delle nostre vite e l’incremento delle nostre ricchezze debbano essere ottenute attraverso lo sfruttamento di altri continenti; noi non crediamo che l’ossessiva ricerca del benessere debba passare necessariamente attraverso lo sfruttamento e la negazione dei diritti altrui. Crediamo e confidiamo, all’opposto, che la vera progressiva tendenza di uno sviluppo economico sia tale solamente qualora ci si faccia carico, sia per motivazioni etiche che per motivazioni grettamente utilitaristiche, delle ripercussioni collettive di ogni scelta individuale.
L’Argentina di ieri, con il suo bagaglio di speculazioni sul breve termine e con il saccheggio del patrimonio nazionale denominato privatizzazione, speriamo valga da esortazione ad un’inversione di tendenza per l’Italia e per l’Europa di oggi. La rinegoziazione dei debiti internazionali, l’introduzione di misure di regolamentazione dei processi di produzione (sia negli aspetti salariali che in quelli ambientali) e soprattutto la moralizzazione dei mercati attraverso la trasparenza dei meccanismi di finanziamento e le garanzie degli investimenti sono per LIBERESISTENZE un primo doveroso passo nella lunga marcia del progresso umano.

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