[ Ultimi giorni di tre ragazzi ]
Vallisnera è un paesino del crinale appenninico all’interno del Comune di Collagna,abbarbicato sulle pendici del monte Ventasso, che alto domina le anime delle genti e in esse si confonde come un fratello maggiore, protettivo e maestoso.
E’ qui che si svolge la prima tappa del nostro progetto-racconto, della nostra esigenza di non dimenticare le vittime delle barbarie nazi-fasciste affinché tutto ciò che è stato non sia più.
E’ la seconda metà di giugno del ‘44 e la montagna respira tutta quell’aria di tensione e paura in cui non esiste più la libertà dell’individuo,dove ogni scelta, giusta o sbagliata che sia, può non contare nulla per il corso della storia. Sono i giorni delle rappresaglie.
Un po’ d’allegria c’era comunque a Vallisnera il 28 giugno. In primo luogo era la sagra di San Pietro, la festa del paese, in seconda istanza proprio in quei giorni gli alpini del battaglione Cadore abbandonavano il presidio. Finalmente se ne andavano. Sarebbe stato troppo chiedere che l’estate del ‘44 potesse finire in questo clima, un baleno di gioia nel freddo di una guerra nera come la pece….
Il giorno dopo un reparto tedesco entrò a Collagna, quasi certamente si trattava della Gendarmeria già responsabile del massacro della Bettola dove le ingiuste morti furono 32 e dove venne dimostrata in tutta la sua brutale ferocia l’insensatezza del colpire nel mucchio per scoraggiare qualsivoglia azione partigiana. Neanche si fece in tempo a rendersi conto di ciò che stava accadendo che le case nel Comune di Collagna furono invase dalle truppe tedesche intenzionate ad arrestare qualsiasi uomo si imbattesse in loro. Tutti alla casa del fascio li portarono. Chi poteva immaginare che quello era l’inizio del piano di rastrellamento che coinvolgeva le Province di Reggio, Parma, Lucca e La Spezia con il fine di catturare tutti gli uomini validi e poterli così deportare nella Germania sempre più bisognosa di forza-lavoro. Inoltre le punizioni esemplari nei confronti dei luoghi dove i partigiani venivano supportati dovevano essere un ipotesi davvero allettante, unita alla razzia di tutto ciò che queste genti possedevano:greggi e bestiami. Furono giorni lunghi quelli dell’estate del 44’, forse i più interminabili che il nostro paese e altri nella montagna reggiana, passarono nella storia. Poi i camion, file di camion dirette a Bibbiano, verso il campo sportivo del paese, luogo di concentramento come tappa intermedia alla volta della deportazione, questo è quello che succede in tutta la Provincia ma torniamo un attimo a scorgere quel paesino nascosto ai piedi del Ventasso.
Quel sabato mattina anche il parroco di Vallisnera, don Giuseppe Donadelli, venne convocato nella caserma di Collagna dove già nei giorni precedenti erano passati il prete di Collagna e quello di Valbona, don Orlandi e don Padulini.
Il motivo della convocazione è da ricercarsi nel fatto che diversi giovani del paese, renitenti alla leva erano sulle montagne e il comando tedesco pensava che fosse una decisione presa su istigazione di Donadelli. Da qui il “consiglio” da parte del comandante nazista al prete, di presentarsi a sera accompagnato da almeno cinque dei molti giovani che nei boschi e negli anfratti del monte Ventasso trovavano riparo e nascondiglio, pena conseguenze amare. A sera Donadelli si presentò nuovamente al comando di Collagna e nuovamente lo fece da solo. Sarà stata pietà o rispetto per l’abito talare, ad ogni modo, questa volta venne perdonato.Ma il tempo passa velocemente, come per un presagio o un temporale estivo, un brivido gela gli abitanti di Vallisnera, la macchina infernale di ciò che rimane del terribile regime nazi-fascista si sta mettendo in moto e a passi brevi e veloci, di quelli che si usano in montagna, si avvicina, semina morte e paura.La divisione Goering incendia i paesi della valle dell’Enza, saccheggia le case, ruba il bestiame e cattura gli uomini validi al lavoro mietendo vittime in ogni luogo. Vallisnera non sa, ugualmente teme. La rapidità dell’evento si mescola con la calma del ricordo e il tutto trova completezza e sinergia di tempo nella forma del racconto.Un reparto avanzato della divisione Goering scende verso Vallisnera nell’ora della messa, tutti lo videro avanzare, puntando dritto verso il paese, lo videro come una nube di polvere, grigia e rumorosa per l’effetto dei campanacci di centinaia di capi di bestiame razziati e portati al seguito. Almeno quest’entrata indiscreta e plateale sortì l’effetto che tutti i giovani del paese potessero trovare un rifugio valido sull’istante. Soltanto le donne, i vecchi e i bambini rimasero in paese ad attendere il sopraggiungere di quell’insieme di uomini e bestie, in silenzio, quasi trattenendo anche il fiato. Verso il mezzogiorno il reparto fece la sua comparsa in paese, le porte erano chiuse e il sole di luglio accresceva la calura post-marcia dell’invasore e probabilmente anche la rabbia per non aver trovato ancora una volta gli uomini adatti alla deportazione. Le case del paese vennero violentate dalla rabbia e dalle urla delle SS.Tutte le genti vennero radunate nella piazzetta antistante il lavatoio di Vallisnera, minacciati da una mitragliatrice che esigeva il silenzio e la ferma anche dei bambini più piccoli completamente sconvolti e appiccicati alle gonne materne come cuccioli disperati. Ma uomini validi non si trovavano neppure sotto minaccia, il caldo e la collera aumentavano e qualcosa bisognava pur inventarsi per giustificare la fatica di quella marcia mattutina.
Trovato!
Alberto Fiorini, 16 anni, impossibilitato a lavorare, un occhio di vetro, una mascella gonfia da un ascesso orale e pure febbricitante, decisero di sbatterlo fuori di casa così come si trovava, senza neanche concedergli la possibilità di camminare verso la morte con le sue scarpe.
Agostino Giovannini, 20 anni, in licenza di convalescenza dal servizio militare e a casa a curare una brutta congiuntivite. Anche lui portato in piazza senza troppi complimenti ma sicuro del fatto suo, esibendo in mano le carte che provavano la regolarità della sua posizione. Ecco trovati due uomini validi, uno con gli occhi dilaniati dal sole che neanche gli permetteva di vedere in viso i suoi aguzzini, l’altro barcollante di febbre e terrore. Li fecero incamminare sulla strada che porta a Vallisnera di Sotto con una mitraglia puntata alla schiena e circondati da un manipolo di tedeschi, mentre i loro compari uccidevano gli animali che le donne del paese avrebbero dovuto cucinare per i “festeggiamenti” della sera stessa.A metà del percorso arrivarono davanti alla canonica di don Donadelli, il maresciallo stesso bussò vigorosamente alla porta per poi scagliarsi contro il prete inerme, accusandolo di tener nascoste in casa le armi per i partigiani e intimandogli di consegnarle all’istante,colpendolo con il calcio del fucile per rendere più esplicite le minacce verbali. I genitori del prete, che con lui abitavano in quel di Vallisnera, furono costretti a restare incollati al muro mentre il loro figlio veniva picchiato e insultato allo lo scopo di estorcere notizie sul fantomatico nascondiglio o denuncie su partigiani renitenti alla leva. Dopo l’infruttuosa ricerca di armi, il gruppo di uomini, fascisti e nazisti con divise SS, abbandonò la canonica raccomandandosi con la madre del prete di cucinare una qualche gallina per la sera visto che il controllo cui avrebbe dovuto sottoporsi Donadelli a Collagna sarebbe stato una cosa da nulla e la sera sarebbero tornati a cenare da lei. Ai due ragazzi presi a Vallisnera di sopra si aggiungeva quindi anche don Giuseppe e insieme si incamminarono verso valle.
La scena che immaginiamo è quella di tre soldati con le armi in pugno, due ragazzi malati, un prete ed un uomo maturo, di cui però la storia non conserva la memoria del nome, che con il sole alle spalle camminano a passo svelto contro la sera. La gente di Vallisnera di Sotto osserva il cammino dei sette, cadenzato dal rumore dei passi che procedono e dal severo suono degli ordini dati in tedesco, nessuno è in grado di cambiare il corso della storia, sono solamente testimoni impauriti di essa. Appena usciti fuori da paese il comandante permette al quarto uomo di lasciare il gruppo, non si conoscono tutt’ora i motivi di questo episodio ma questo adesso è di poca importanza. Gli altri sei, invece di prendere la strada che li avrebbe dovuti condurre a Collagna si incamminano su un sentiero secondario che scende a valle verso il torrente. A un certo punto del cammino il sottoufficiale decide di fermarsi in una piana racchiusa dalla boscaglia, dai rovi e dal biancospino. Come in un’arena all’aperto lo spazio rende possibile la realizzazione dell’unica rappresentazione possibile:la tragedia.
Passa circa un quarto d’ora, i gesti sono di quelli nervosi e impacciati: bisogna puntare la mitraglia e bendare i “colpevoli” tanto per iniziare poi tappare le bocche dei malcapitati e aspettare ancora un poco, in modo che i paesani pensassero che il viaggio verso Collagna stava proseguendo.
E’ giunta l’ora, inesorabile come la follia sopraggiunge la fiammata della mitraglia, il sole cade sotto un altro cielo e nell’aria soltanto l’odore della polvere, questa è la storia di Vallisnera. |